• 28 Jul 2005 /  Senza categoria

    Visto che immancabilmente ogni estate fornisco cibo ad almeno un centinaio di piccoli “vampiri”, cortesemente se qualcuno mi spiega il senso che hanno questi insetti di esistere… Gratt… Gratt…

  • 28 Jul 2005 /  Senza categoria

  • 25 Jul 2005 /  Senza categoria

    Se potessi postare questa canzone che sto ascoltando adesso… S’intitola “Numero uno” ed è di Mousse T dall’ album Gourmet de Funk… E’ solo pianoforte e percussioni, ma sembra che ti stia piovendo dentro…

  • 25 Jul 2005 /  Senza categoria

    FRIDA KAHLO

    Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderòn nacque il 6 luglio 1907 a Città del Messico, nel quartiere di Coyoacàn. Il padre, Wilhelm, era figlio di ebrei ungheresi emigrati in Germania, dove era nato. All’età di vent’anni, in seguito ad un trauma cranico, iniziò a soffrire d’attacchi epilettici che lo indussero a troncare una brillante carriera universitaria per emigrare in Messico. Qui Wilhelm cambiò il suo nome in Guillermo e sposò, in seconde nozze, Matilde Calderòn. Tre anni dopo la nascita di Frieda scoppiò la rivoluzione messicana e Frieda, sentendosi figlia della Rivoluzione, cambierà la sua data di nascita sostenendo di essere nata il 7 luglio 1910. Non solo, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale cambierà il nome in Frida, sostenuta da Emiliano Zapata e Pancho Villa. All’età di sei anni la piccola Frida fu colpita dalla poliomielite che la costrinse a restare a letto per lunghissimi mesi; lei stessa ricorda “un orribile dolore al muscolo della gamba destra…”. Proprio questo insieme di concentrazione su se stessa quasi ossessiva ed estroversione, che caratterizzarono il carattere dell’artista in età adulta, nacque dalla sensibilità ferita di una bambina malata e spesso isolata dai gioghi dei coetanei. Una volta guarita la gamba rimase più sottile, ma Frida praticò moltissimi sport, aiutata anche dalla sua indole molto vivace che le permise, quando entrò nel 1922 alla scuola nazionale Preparatoria, di stringere numerose amicizie. Fu proprio nel 1922 che il Ministro per l’educazione incaricò alcuni artisti di dipingere dei murales nella scuola Preparatoria, qui Frida conobbe Diego Rivera che diventerà suo marito. Diego aveva trentasei anni, era molto grasso, assai brutto, ma era anche un artista geniale, famoso in tutto il mondo, che riscuoteva numerosi successi fra le donne, aveva alle spalle due matrimoni falliti e due bellissime modelle erano sue amanti. Frida s’infatuò di lui, forse era la classica cotta d’adolescente per il grande artista, ma con le sue compagne lo scherniva chiamandolo “Viejo panzòn” (vecchio ciccione); si divertiva inoltre ad eccitare, l’una contro l’altra, la gelosie delle due modelle, forse era anche un modo per attirare su di sé l’attenzione del grande artista. Il grande trauma che sconvolse la vita di Frida accadde il 17 settembre 1925: l’autobus, sul quale viaggiava, fu travolto da un tram. Nella collisione morirono quattro persone e Frida fu trafitta da un’asta metallica che la trapassò in due all’altezza del bacino, le fratturò in tre punti la colonna vertebrale nella regione lombare, la gamba sinistra riportò undici fratture. I primi soccorritori tra i quali il “fidanzatino” della ragazza si trovarono davanti uno spettacolo agghiacciante e sontuoso: un passeggero recava con sé un sacco di polvere dorata che, nell’urto, si era rotto ed il contenuto si era sparso sul corpo di Frida: quasi esanime la ragazza sembrava una statua insanguinata e coperta d’oro. Della lunghissima e dolorosa degenza in ospedale Frida ricordava che “…la morte di notte danzava intorno al suo letto…”. Dall’incidente i temi centrali della sua vita diventarono il dolore, la forza, il sangue e la vita. Il tormento fisico e morale di questa creatura sensibilissima, sofferto durante i lunghi mesi di convalescenza, si rivela attraverso le disperate lettere che scrisse al fidanzato Alejandro che, rimasto illeso nell’incidente, nel frattempo viaggiava in Europa. La prima opera di Frida risale proprio a questo periodo: è un autoritratto destinato ad Alejandro, il cui amore si stava esaurendo con gran dolore della ragazza, eseguito nel settembre 1926. E’ un ritratto malinconico, la mano destra sembra sporgere come per chiedere qualcosa la dicitura dice: “Frida a 17 anni”, in realtà ne aveva 19. Da questo momento in poi la vita della giovane donna divenne un autentico calvario, una lotta estrema contro il dolore ed il decadimento fisico: subì, in tutta la vita, circa trentadue interventi chirurgici alla spina dorsale, all’ultimo anche l’amputazione della gamba destra. La forzata immobilità avvicinò Frida alla pittura: il riassunto della sua tragedia lo vediamo in un dipinto del 1944 intitolato “La colonna spezzata”. In esso si vede il corpo dell’autrice, aperto in due parti tenute insieme dal busto ortopedico, al posto della spina dorsale deteriorata c’è una colonna ionica spezzata che simboleggia la sua vita sostituita da un rudere che sta andando in pezzi. Nel 1928 Frida si era abbastanza rimessa per poter condurre una vita quasi normale; ormai avviata sulla strada della pittura, fu proprio quest’arte che la riportò ad incontrare il grande Diego Rivera. Lo cercò per mostrargli i suoi disegni “da professionista a professionista”: Diego rimase colpito sia dai quadri, che rivelavano un talento ed un’immaginazione non comuni, sia dalla loro autrice. I due si sposarono il 21 agosto 1929, nonostante l’opposizione della cattolicissima Matilde Calderòn che non accettava il fidanzato della figlia perché era: “…troppo vecchio, grasso, ateo e per giunta marxista!”. Il primo neo tra i due sposi fu la feroce gelosia di Frida, sulle prime molto ben simulata, nei confronti della disinvoltura sentimentale del marito, inoltre la novella sposa si doleva di non poter avere figli a causa dell’incidente. Nel 1930 i coniugi Rivera partirono per gli Stati Uniti: Diego aveva accettato l’incarico di dipingere i murales nel Luncheon Club della Borsa di San Francisco. Frida ne approfittò per farsi visitare da un famoso chirurgo osseo, il cui referto non fu incoraggiante. Infatti le furono diagnosticate un’accentuata scoliosi e la mancanza di un disco vertebrale. In questo periodo Frida dipinse il ritratto “Fida e Diego”, dove sono rappresentati come sposi novelli. Diego appare enorme accanto alla moglie (era arrivato a pesare 150 chili), tiene in mano la tavolozza dei colori, simboleggiante la grandezza della sua arte, Frida invece è eterea, fragile e sottomessa nel suo appoggiarsi all’enorme marito, ma il suo sguardo è acuto e ironico. Durante il periodo trascorso a Detroit, la maturazione di Frida come artista fu dovuta ad alcuni eventi per lei molto dolorosi. L’assenza quasi totale del marito, completamente assorbito dal lavoro, la noia dovuta alla solitudine e, più doloroso di tutti, la perdita del bambino che attendeva. A questo shock Frida reagì nell’unica maniera di cui era capace, ossia dipingendo una serie di autoritratti inquietanti e sanguinari, come, ad esempio, “Frida e l’aborto” e “Ospedale Henry Ford”. Nel mese di febbraio dell’anno seguente (1932) il pubblico e la stampa incominciarono ad accorgersi del suo talento artistico: non era più solo la Senora Rivera” ma “Frida Kahlo y Rivera”, pittrice a pieno titolo. Ma il suo sogno era il ritorno in patria, odiava e disprezzava l’America tanto quanto ne era entusiasta il marito; nel 1933, comunque, tornarono insieme in Messico nella nuova casa: due “cubi” gemelli in stile messicano – moderno, blu per Frida, rosa per Diego. L’amarezza dei frequenti tradimenti del marito trasformarono la giovane in una moglie non più adorante, ma, tuttavia, complice del marito, specie nell’impegno politico. Nel 1937 fu la stessa Frida, in assenza di Diego, trattenuto in ospedale per un disturbo renale, ad accogliere l’esule Lev Trockij e la moglie, che ospitò nella sua casa per un certo periodo di tempo. Ormai trentenne Frida non passava inosservata sia per il suo spirito, mordace e “colorito” sia per il suo modo di vestire alquanto stravagante: indossava il classico costume delle donne messicane, composto di una camicia bianca ricamata, una lunga gonna rossa o viola, ed uno scialle ricamato. Era solita acconciarsi i lunghi capelli neri con nastri colorati e fiori di buganvillea, adorava i gioielli (che il marito le regalava con generosità), sia che fossero preziosi, folcloristici, o provenienti dalle bancarelle dei mercati. Una simile creatura non poteva non colpire l’esule russo che ne rimase infatuato; dal canto suo la giovane donna comprese che una relazione con l’idolo politico del marito sarebbe stata una perfetta vendetta per tutti i tradimenti subiti. Ma già dopo pochi mesi la storia aveva stancato Frida, che ne decise la fine nonostante le accorate suppliche dell’amante: ormai era giunta al punto di ridere apertamente delle infedeltà del marito, ma anche di saper coltivare le proprie in segreto data la gelosia di Diego. Nel 1938 A. Breton, poeta e saggista surrealista, venne a conoscenza delle opere della pittrice messicana e ne fu tanto entusiasta da organizzarle una mostra a New York che si rivelò un successo. Frida si rallegrò per l’apprezzamento, l’ammirazione tributatele dall’”Élite” culturale, ma non poteva girare per la città, né frequentare musei o locali poiché i postumi dell’incidente erano tornati a tormentarla. L’anno seguente, nonostante il dispiacere di lasciare il marito al quale comunque era affezionata, Frida partì verso un’Europa che si stava preparando ad entrare in guerra. Se la mostra organizzata a Parigi non fu un successo economico, il Museo del Louvre acquistò il ritratto intitolato ” La cornice” (oggi esposto al Museo d’Arte Moderna del Centro Pompidou), non mancarono gli ammiratori fra cui Kandiskij, Pablo Picasso, che rimase incantato dalle qualità artistiche di Frida, e, il più entusiasta di tutti, lo stesso Diego Rivera, fiero del successo della moglie. L’anno seguente i coniugi Rivera divorziarono a modo loro, cioè continuando a frequentarsi e a ricevere insieme gli ospiti; non sono molto chiare le cause che portarono i due alla separazione, girarono molte chiacchiere e congetture più o meno fantasiose, tirando in ballo sia la salute di Frida, sempre più fragile, sia i numerosi tradimenti di Diego. Il dolore di Frida è leggibile nel quadro intitolato “le due Fride” in cui si sdoppia la personalità della pittrice. Dopo l’assassinio di Trockji (24 maggio 1940) e la partenza di Diego per gli Stati Uniti, Frida si ammalò in modo grave ed un medico statunitense, consultato dal marito, decise di ricoverarla immediatamente a San Francisco, le ordinò l’astensione dagli alcolici e le prescrisse una cura a base di calcio. La salute della giovane donna andò rapidamente migliorando al punto tale di annunciare le sue prossime nozze con…..l’ex marito! Gli anni quaranta rappresentano il periodo d’oro della sua carriera artistica: grazie anche alla fama ottenuta all’estero, Frida partecipò alla “Mostra internazionale del Surrealismo” di Città del Messico, le furono assegnati lavori su commissione e l’incarico di insegnante alla “Esmeralda”, la scuola di pittura e scultura del Ministero dell’Educazione Pubblica. Ma tutti questi incarichi, sebbene gratificanti, finirono per ripercuotersi sulla sua salute già compromessa: non volendo rinunciare all’insegnamento, invitava gli allievi a lavorare a casa sua, che già di per sé, era fonte d’ispirazione. Oltre ai cani, gatti, scimmie, oltre alle piante esotiche ed al cerbiatto dei Rivera, c’era anche la notevole collezione di statue precolombiane per le quali Diego nutriva una vera e propria passione. Ma, come accennato sopra, la salute ritornò a peggiorare: i dolori alla spina dorsale erano diventati insopportabili, per cui Frida venne di nuovo chiusa in un busto ortopedico di metallo per tenere la colonna vertebrale in tensione continua, affinché le vertebre non si schiacciassero. Poi, nel 1946, dovette affrontare un delicatissimo intervento: quattro vertebre vennero saldate ad un’asta metallica lunga quindici centimetri. L’intervento riuscì, ma i dolori tornarono a torturarla poco dopo, era l’inizio di un calvario che durò alcuni anni. Nel 1953 Lola Alvarez Bravo organizzò una mostra personale di Frida nella “Galerìa de Arte Contemporaneo” che fu un enorme successo, addirittura la folla intervenuta creò un ingorgo di traffico; date le precarie condizioni di salute (aveva subito un altro trapianto osseo) era escluso che l’artista sarebbe intervenuta, invece Frida strabiliò tutti i presenti comparendo, in barella, e ricevendo le congratulazioni in un letto a baldacchino al centro della galleria. Fu uno degli ultimi sforzi della povera donna, poco dopo dovettero amputarle la gamba destra ormai deformata e degenerata. Nei mesi seguenti il morale di Frida era talmente basso, che cadde in una profonda depressione e tentò varie volte il suicidio. Sotto l’effetto delle droghe calmanti, sempre più massicce, la sua mente andava degenerando, quando era lucida, diventava nervosa fino all’isterismo; Diego era talmente disperato che confidò ad un amico “… la ucciderei, se ne fossi capace, non posso tollerare di vederla soffrire così…”. I primi giorni di luglio del 1954 fu colpita da un attacco di broncopolmonite che dette il colpo di grazia all’organismo tanto debilitato: morì, all’alba del 13 dello stesso mese, per un embolo polmonare. Il corpo di Frida fu composto nella bara ed esposto nel Palazzo delle Belle Arti, seguito da Diego che non voleva capacitarsi che la moglie fosse morta davvero. Nel 1958 fu inaugurato il Museo Frida Kahlo nella stessa casa, nel quartiere di Coyoacàn, ove era nata e vissuta, tuttora è aperto al pubblico e conserva tutti gli oggetti appartenuti alla grande artista.

  • 19 Jul 2005 /  Senza categoria

    And love
    Is not the easy thing
    The only baggage
    That you can bring
    Not the easy thing
    The only baggage you can bring
    Is all that you can’t leave behind

  • 19 Jul 2005 /  Senza categoria

    Si Enrico Mentana… Qui in ufficio si ascolta RDS e lui, tutte le sante mattine, x ben 2 interventi, parla.
    Da la sua opinione.
    Solo che sembra che debba mettersi a piangere da un momento all’alltro… Sembra che sia lì a soffrire mentre ci comunica il suo pensiero in merito agli attentati, piuttosto che mentre parla della cessione di Gilardino dal Parma al Milan…
    Tutte opinioni date con la stessa tonalità e gravità di voce… Mi domando se a lui poi può fregare qlcs della notizia in se o se, come la maggior parte della sua categoria, non gli interessi solo fare sensazione…

  • 18 Jul 2005 /  Senza categoria

    Scheda
    Tempo di salita: 1h30′
    Tempo di discesa: 1h10′
    Sequenza segnavia:
    Caratteristiche: Naturalistico
    Bibliografia: Le Valli del Monte Bianco – Luca Zavatta – 2000 – Edizioni L’Escursionista

    Cartografia:
    Monte Bianco – Carta dei Sentieri 1:25000 – Libreria Editrice L’Escursionista IGC 1:25000 – Foglio 107
    Valdigne Mont-Blanc Les Sentiers 1:50000 – Comunità Montana Valdigne – ©2003 Hapax

    Difficoltà: Medi Camminatori Facile (MCF)
    Periodo consigliato: giugno, luglio, agosto, settembre
    Quota del punto di partenza: 1659 m
    Dislivello: 361 m
    Quota del punto di arrivo: 2020 m
    Accesso al punto di partenza: Uscita: Morgex -> Courmayeur -> Val Veny -> La Visaille

    Introduzione
    Una bella escursione in un atmosfera davvero straordinaria: la vista del ghiacciaio che si staglia sopra il lago è sicuramente tale da valere la camminata.

    Descrizione
    A pochi chilometri dall’area pic-nic Bosco del Miage si lascia l’automobile in quanto la circolazione è vietata (sbarra in mezzo alla strada). Da qui si parte a piedi camminando su di una strada interpoderale e dopo circa un’ora si raggiunge il Lago Combal (1950 m.)

    In realtà quello che viene chiamato Lago Combal è una vasta pianura acquitrinosa dove si raggruppano i vari torrentelli che nascono dai ghiacciai che si trovano sulla sinistra orografica del lago.

    Giunti al lago non bisogna prendere la direzione del ponte ma proseguire dritti sempre sulla strada sterrata fino ad arrivare ad un bar. Da qui si incomincia a risalire un sentiero molto ripido che in mezzora porta direttamente su di una collinetta situata ad una quota elevata rispetto al lago Miage e dal quale si vede molto bene la parte di ghiacciaio che cade sul lago. Da li si può scendere fino al lago.

    Commento personale
    In realtà noi siamo partiti da più in basso perché il parcheggio non c’era… Siamo partiti da dove inizia il percorso x il giardino del Miage… Quindi la nostra è stata una passeggiata un po’ + lunghina…
    Cmq è veramente facile, la strada è quasi tutta asfaltata fino a mezzo chilometro dal bar del Lago Combal.
    Poi chi vuole, può proseguire x il lago Miage che è proprio lì a 10/20 minuti. Dal bar partono 2 strade verso il lago Miage, una più corta e difficile (non poi così tanto…) e una un po’ + lunga e + agevole che però reca l’indicazione per il ghiacciaio miage, e quindi, dopo un po’, prima della fine del crinale, bisogna piegare su un’altro sentiero verso destra.
    Se si sceglie il mese giusto, si può vedere il ghiacciaio che si sbriciola e si tuffa dentro il lago generando quelle che un cartello all’ingresso alla zona del lago definisce onde anomale.

  • 15 Jul 2005 /  Senza categoria

    ….Ma tutti gli scioperi dei mezzi pubblici avvengono sempre in un giorno pre o post festivo…
    Sarà che c’ho il dentino avvelenato xkè stasera me ne dovrò andare a casa a piedi, ma ci ho fatto caso.

  • 15 Jul 2005 /  Senza categoria

    Chissà xkè non hanno mai pensato di aggiungere la corsa con la sedia da ufficio piuttosto che il tiro al cestino della carta come discipline sportive?
    Visto mai che poi non si possa organizzare delle vere e proprie olimpiadi alternative… ;PPP

  • 11 Jul 2005 /  Senza categoria

    Lunghezza percorso Km. 3,5 circa
    Dislivello mt. 170 circa
    Tempo di percorrenza h. 3 circa
    Percorso misto: strada asfaltata e sterrata, sentiero

    E’ consigliabile l’uso di pedule o scarpe da ginnastica dotate di buon carrarmato

    Il percorso che si articola sulle colline di Montalto Dora, dopo aver attraversato parte della zona coltivata a vigneti, permetterà di sostare in alcuni punti panoramici da cui sarà possibile ammirare dall’alto i laghi glaciali e godere di un magnifico colpo d’occhio sull’anfiteatro morenico della Serra; se sarete fortunati il vostro sguardo potrà spaziare sulla pianura fino ad osservare all’orizzonte la collina di Superga ed il Monviso; con questo percorso si raggiunge il Castello ed il Lago Nero, il più solitario ed incontaminato dei laghi dell’Eporediese che incastonato tra ripide colline ricche di boschi, rievoca immagini di battaglie ed imboscate nello stile dei più classici racconti di Walter Scott.

    Ecco quindi le leggende che bene si adattano a questo ambiente: gli amori felici di Leonora e Gualfredo, del Trovatore e della Castellana nonché la tragica vicenda di Emma e Guiscardo; le storie delle streghe locali (i pé d’oca) che qualcuno giura di vedere ancora oggi, con il dito mignolo fiammeggiante, aggirarsi tra le mura di vecchie case abbandonate e decadenti.

    Se la vostra curiosità è stata solleticata, potete prenotarvi per l’escursione guidata dagli Informatori Turistici Volontari.

    Chiunque desideri essere accompagnato dagli Informatori Turistici Volontari, deve contattare l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune oppure navigare sul sito comune di Montalto Dora oppure localport dove troverà un’ampia sezione dedicata al percorso.

    MITI E LEGGENDE

    Le masche

    Li, al castello, c’erano le masche (streghe) e le chiamavano i pé d’oca…allora, nelle case qui sotto al castello, c’era della gente che portava su il latte a quelle persone e una volta, dato che erano un po’ scarsi di latte, hanno aggiunto dell’acqua per aumentarlo un po’. Quando questa ragazza che portava su il latte è arrivata là, una di queste donne le ha regalato un bindél (nastro) e le ha detto: toh, prendi questo nastro e portalo a tua madre è un regalo che le facciamo noi! Allora questa ragazzina lo ha preso e poi vedendo che era così bello ha detto: voglio provare a metterlo attorno a quel ciliegio così vedo che bella figura che fa!.. va vicino al ciliegio e gli lega attorno il nastro… non aveva ancora finito di fargli il nodo, mentre stava andando un po’ lontano per guardarlo, che sente un colpo, bum e la pianta che cade per terra strozzata! Era stata la masca che voleva vendicarsi perché le aveva messo l’acqua nel latte.

    Una volta c’era una coppia di sposi che avevano due bambine… Però prima quando dovevano ancora sposarsi, lei aveva detto a lui: sì, ti prendo, ti sposo, ma tu non dovrai mai dirmi che sono en pé d’oca (piede d’oca). E lui aveva giurato e promesso che non gli avrebbe mai detto niente di quello… gli aveva detto stai tranquilla, vedrai che andremo d’accordo e non ci sarà mai niente da dire. Difatti quell’uomo lavorava e tutto filava via bel bello… la donna stava in casa con la bambina e teneva tutto in ordine e tutto pulito. Una volta, che era vicino il tempo del grano, ma però il grano non era ancora maturo, l’uomo arriva a casa e vede che la donna era andata a tagliare il grano e l’aveva già portato a casa. Allora ha chiesto come mai, che aveva portato a casa il grano e fatto sta che hanno bisticciato e a lui è scappato, un po’ trasportato dalla rabbia, va là, che sei proprio en pé d’oca. Il giorno dopo è venuta una tempesta che ha portato via tutto!… e poi quest’uomo non ha più visto in casa sua moglie! E non l’ha più vista… vedeva le bambine che erano sempre ben ordinate, che la casa era sempre tutta pulita, ma quella donna lui non l’ha mai più vista… chiedeva alle bambine: ma chi viene a mettere tutto in ordine? e loro: la mamma… ma chi viene a preparare tavola?… e loro: la mamma!… i bimbi la vedevano e lui no! Quella donna era una masca che aveva i piedi da oca e lui l’aveva offesa e così lei se ne era andata per sempre!

    Racconti di Pietro Gianotti n. 1901 – Da: BECANA VITA SANA di Amerigo Vigliermo – Priuli e Verlucca – 1976 –

    Emma e Guiscardo

    Emma di Montalto amava Guiscardo di Monferrato, famiglie nemiche s’intende. I due amanti solevano darsi convegno ad una fontana presso il lago Sirio, a mezza strada fra Montalto e Ivrea. Tanto va la brocca alla fonte che alla fine si colma; fu necessario che un bel giorno Guiscardo confessasse al padre gli occulti amori supplicandone l’assenso alle nozze.

    ” Sciagurato! gli grida Roberto di Monferrato, vuoi tu sposare tua sorella? “. E gli racconta una bugiarda storia di colpevoli amori colla madre di Emma, da più anni sepolta. La quale storia, venuta non si sa come all’orecchio del sire di Montalto, dovette parergli verosimile, poiché discacciò sull’attimo la figliuola dal castello.

    L’infelice Emma, rifugiatasi presso la nutrice in un villaggio sulla Serra e datone avviso all’amante, ne aspettava i conforti; ma Guiscardo le scrisse che il fato li voleva disgiunti, si rivedrebbero in cielo. Emma, supplicato invano il perdono dal padre, langue e si consuma. Guiscardo fugge e muore in guerra. Il sire di Montalto, a tarda vendetta dell’onore maritale, assale e mette a fuoco il castello di Monferrato. Ferito a morte Roberto gli rivela l’innocenza della moglie e gliene fornisce le prove. Ahi troppo tardi! Vola il misero padre in traccia della figlia, ma appena giunge in tempo a riceverne l’ultimo respiro.

    Le ombre di Emma e Guiscardo s’aggirano presso la complice fontana che d’allora in poi fu chiamata ed è anche oggi la Fontana dei sospiri. Ma la gente incredula vuole che il nome le derivi dalla tenue vena e dal getto lento onde gli assetati devono a lungo sospirarne il refrigerio.

    La castellana e il trovatore

    La seconda storia narra di un giovane donzello amante riamato dalla giovane castellana Maria. Scoperta la tresca egli viene messo al bando va per il mondo, trovatore. Torna un giorno di gran festa nel castello e vince la gara del canto, ma, riconosciuto, ne è la seconda volta vituperosamente scacciato. Allora veste l’armi ed acquista nome in guerra. Montalto è assalita dai nemici, egli accorre, e con prodigi di valore, sgomenta gli assalitori, già entrati nelle mura, li sbaraglia ed ottiene in premio la mani di Maria.

    Da: CASTELLI VALDOSTANI E CANAVESANI di Giuseppe Giacosa

    Leonora e Gualfredo

    Da una investitura data da Amedeo di Savoia, il castello di Montalto verso la metà del 1400 era infeudato ad un certo De Jordano che teneva una piccola corte in cui faceva spicco la nipote Leonora moglie di un ricco ma anziano mercante.

    Leonora era nota per la sua bellezza, alta con i capelli biondi, gli occhi azzurri che sembravano specchiarsi nel cielo, era amata per la sua grande bontà e gentilezza.

    Un giorno si presentò al castello un cavaliere accompagnato da due amici; mentre salivano lo scalone d’onore un suono di liuti si udiva e introdotti nel grande salone illuminato dal sole che riempiva la sala austera e semplice di luci e ombre, videro la castellana che ricamava e le facevano corona alcune ancelle che suonavano il liuto e cantavano sottovoce una ballata d’amore.

    Il cavaliere elegante nelle sue vesti fece una forte impressione a Leonora; il giovane le disse che era giunta la voce della sua bellezza e bontà durante uno dei viaggi che compieva per studio e diletto e non aveva resistito al desiderio di vederla e parlarle.

    Il giovane che si chiamava Gualfredo ed era discendente della nobile stirpe degli Ardengheschi, vide spesso Leonora, si innamorò e le dichiarò il suo amore.

    La donna per la prima volta in vita sua sentì qualche cosa nel suo cuore, un sentimento nuovo che la giovinezza ingigantiva ancora di più.

    Leonora aveva appena venti anni e da quattro sposa ad un uomo che ne aveva trentacinque più di lei e che si interessava di più alla caccia ed agli affari che della sua graziosa consorte, ed era più che naturale che finisse di innamorarsi del bel cavaliere. …..

    ….. Gualfredo diventò il cavaliere servente della bella castellana, non l’abbandonava un istante sempre pronto ad esaudire ogni suo desiderio, incurante degli sguardi invidiosi di molti cortigiani che avevano sperato di fare breccia nel suo cuore.

    L’amore fra i due finì in un idillio appassionato ed un giorno l’ardente Gualfredo inginocchiato innanzi alla sua bella circondata dalle sue ancelle e da alcune dame che erano tutte più o meno innamorate di lui, si fece portare da uno scudiero un cofanetto riccamente intarsiato, lo aprì e ne trasse una magnifica collana e un diadema, il tutto di inestimabile valore.

    Il dono lasciò stupiti tutti i presenti, mentre Leonora era commossa da una così alta prova d’amore.

    Qualcuno malignamente fece in modo che il marito di Leonora si ingelosisse, poiché questa aveva presa l’abitudine di mettersi il diadema e la collana quando riceveva ospiti importanti.

    Il non più giovane marito fece arrestare Gualfredo e rinchiudere in una segreta. Quando Leonora lo seppe ebbe una burrascosa discussione con il marito, lei che non aveva mai osato alzare il capo davanti a lui; con la complicità di alcune dame, lo liberava ed insieme fuggirono verso la terra di Toscana dove Gualfredo possedeva un feudo.

    Il giovane diede feste e ricevimenti con la partecipazione dei nobili del luogo, voleva che Leonora dimenticasse la vita monotona condotta nel castello della valle ormai lontana e che canti e danze la rallegrassero. ….

    ….. Il marito di Leonora comprendendo la differenza di età acconsentì magnanimamente a lasciarla libera da ogni vincolo, cosicché i due giovani innamorati poterono sposarsi e come nelle fiabe, vissero contenti e felici.

    Da: FATTI E MISFATTI NEI CASTELLI CANAVESANI di Alberto Fenoglio – Ed. Piemonte in Bancarella (Fiorini – Torino) – 1976.