


e da tradizione italica, nessuno ha pagato
Il video del ricordo di Paolini
Prima parte
Seconda parte
Il Vajont fu una strage criminale, evitabile ed annunciata.
I veri colpevoli miliardari e massoni, Cini, Volpi di Misuratai mai neanche toccati.
Fu condannato come caprio espriatorio il direttore, come se avesse fatto da solo.
Ecco un interessante articolo dove comunque Volpi e Misurata neanche vengono citati ma vi invito a notare l’atteggiamento di piaggeria verso il potere dei pennivendoli di regime che oggi vengono adorati come grandi maestri (Montanelli, Bocca etc.)
La diga restò intatta, ma l’acqua cancellò Longarone e lambì Erto
Messaggero Veneto — 05 ottobre 2008 pagina 13 sezione: CULTURA – SPETTACOLO
di MARIO BLASONI «Dormite tranquilli», disse l’ingegner Biadene alla centralinista mezz’ora prima che venisse giù il Toc. L’onda, purtroppo annunciata, del Vajont che la sera del 9 ottobre 1963 causò 1.910 morti non si è esaurita. Lucia Vastano, giornalista milanese inviata di guerra e autrice di reportages in tutto il mondo, ha sposato da alcuni anni la causa dei superstiti e dei parenti delle vittime e ora ha dato alle stampe (Ponte alle Grazie, 267 pagine – 14,00 euro) Vajont, l’onda lunga. Sottotitolo, Quarantacinque anni di truffe e soprusi contro chi sopravvisse alla notte più crudele della Repubblica. La Vastano – che definisce il Vajont «strage epocale per l’Italia al pari dell’11 settembre per gli Stati Uniti» – è partita da dove si sono fermati il memorabile spettacolo di Marco Paolini davanti alla diga (1997) e il film di Renzo Martinelli (2001). Riprende il discorso del “dopo” e racconta cosa ne è stato delle tante persone, in gran parte allora bambini, che l’onda non uccise, ma sconvolse per sempre decimandone le famiglie, distruggendone le ragioni di vita, le tradizioni, i pochi beni. Racconta della loro rabbia e del loro dolore, della loro speranza di giustizia continuamente delusa. Racconta le trame che grandi potentati industriali, così come piccole cricche del malaffare hanno ordito alle loro spalle gestendo i colossali finanziamenti per la ricostruzione; le complicità della politica locale e nazionale; le truffe ai danni della povera gente, indotta con le minacce o l’inganno a firmare tregue con l’Enel in cambio di pochi spiccioli. Racconta come è rinata Longarone, come è nata la nuova Vajont presso Maniago, entrambe anonime, senz’anima; come stoni «dissacrante come una bestemmia in un luogo di preghiera, quel salumificio in cemento costruito poco a monte della diga, che in sei anni non ha prodotto un posto di lavoro». E come è stato persino snaturato il cimitero di Fortogna: i superstiti e i morti uniti nell’affronto. E cosa chiede, 45 anni dopo, Lucia Vastano (e con lei cosa chiedono i “Cittadini per la memoria del Vajont”, firmatari di una petizione per il Quirinale)? Soltanto «che lo Stato italiano, l’Enel e la Montedison, diretti responsabili della tragedia, esprimano “formali scuse”, anche se tardive, ai familiari delle vittime, alla cittadinanza dei paesi interessati, ai cittadini italiani tutti per le loro responsabilità per ciò che accadde quella notte. Che lo Stato italiano renda omaggio alle vittime, conferendo loro la medaglia d’oro alla memoria e dichiari il 9 ottobre “Giornata della memoria per le vittime del Vajont”. Che il ministro dell’istruzione, infine, provveda a far inserire nei testi della scuola dell’obbligo la storia della diga del Vajont, senza tralasciare di citare responsabili e responsabilità per quella tragedia che doveva e poteva essere evitata». La diga di contenimento del bacino idroelettrico della Sade (passato all’Enel pochi mesi prima della catastrofe) venne ideata nel lontano 1928, anno al quale risale il primo progetto. Il decreto del presidente De Nicola per la costruzione arriva solo nel 1948. E la diga è ultimata nel 1959, ma prima ancora che l’acqua venga immessa nel bacino, cominciano le avvisaglie di frane dall’instabile monte Toc (nome che deriva dal friulano patoc , marcio!). Nonostante gli allarmi, le preoccupate relazioni dei tecnici (spesso «addomesticate» da funzionari compiacenti), la coraggiosa campagna di denuncia della giornalista de l’Unità Tina Merlin, si va avanti. E la sera del 9 ottobre, alle 22.39, 260 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Toc e precipitano nel bacino sollevando un’onda che spazza via la cittadina di Longarone (e le frazioni di Pirago, Rivalpa, Villanova e Faè), il paese di Castellavazzo, tutti in provincia di Belluno, e alcune frazioni di Erto e Casso (soprattutto i borghi isolati), allora in provincia di Udine, ora di Pordenone. Drammatica, nel libro di Lucia Vastano, è la rievocazione delle ultime ore prima della tragedia. L’8 ottobre il Comune di Erto diffuse un avviso di «pericolo continuato» avendo ricevuto una segnalazione dall’Enel-Sade di Venezia dell’incombente rischio di una gigantesca frana che stava per staccarsi dal monte Toc e provocare «onde paurose». Ma «l’intento dell’Enel – denuncia la giornalista milanese – non era stato, nemmeno in quel frangente, salvare delle vite, ma soltanto mettere le mani avanti. Come dire: vi abbiamo avvisati…». E, alle allarmate telefonate del sindaco, da Venezia si limitarono a gettare acqua sul fuoco e a dire di «tener lontano i pescatori dalle rive del lago». La direzione della Sade suggerì soltanto di vietare l’accesso alle auto sulla strada che porta alla diga (vennero inviati alcuni carabinieri, che finirono anch’essi tra le vittime). A Longarone nessuno fu avvistato del pericolo. E poi ci fu la telefonata del direttore generale della Sade ingegner Biadene (che abbiano citato in apertura), intercettata dalla centralinista di Longarone, Maria Sacchet Capraro, di turno quella notte (corse subito a casa e si salvò perché abitava nella zona alta della cittadina, risparmiata dall’onda). Erano le 22 del 9 ottobre e il direttore della Sade stava rispondendo al disperato appello di un guardiano della diga, il trentenne Giancarlo Rittmeyer (che morirà poco più di mezz’ora dopo assieme agli altri operai e i loro corpi non saranno mai ritrovati): «La frana si muove, qui casca tutto!». Biadene – ricostruisce la giornalista – «cerca di calmare la guardia che gli chiede se si debba dare l’allarme. Che fare a quel punto? L’ingegnere antepone ancora una volta gli interessi della Sade alla sicurezza della gente. Potrebbe dare l’allarme, ma sarebbe un’evidente ammissione di colpa. Preferisce suggerire a Rittmeyer di «dormire con un’occhio solo». Ascoltando la telefonata, anche la centralinista comincia a preoccuparsi. «Qui a Longarone possiamo stare tranqulli?», chiede all’ingegnere, intromettendosi nella comunicazione. «Dormite bene» la rassicura Biadene. Nel 1969, al processo de L’Aquila, il direttore della Sade sarà condannato a 6 anni, poi ridotti a 3 in appello e a 2 in cassazione.
Interessante è anche l’analisi della Vastano sul ruolo della stampa. «Tutte le grandi penne del tempo – scrive – si mobilitarono con tempestività per escludere responsabilità». Indro Montanelli, a un lettore che sosteneva come «l’Enel-Sade sapesse benissimo che la montagna stava per crollare», rispose: «Non riesco a crederci». Dino Buzzati spiegò, con una metafora: «Un sasso è caduto in un bicchiere e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna… Ma il bicchiere non si è rotto – concludeva – quindi non si può dare della bestia a chi lo ha costruito». E Giorgio Bocca, addirittura, ha scritto: «Questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura». «La disattenzione dei media» riguarda anche la televisione: errori (si continua a parlare, negli anniversari, di «crollo della diga del Vajont»); dimenticanze (Vespa, in un Porta a porta con il regista Martinelli e l’attore Leo Gullotta, disse: «Erto e Casso furono i paesi più colpiti», scordando completamente Longarone); e cattivo gusto («Maurizio Costanzo, quando Platinette cadde dalla sedia, non trovò niente di meglio da dire per sdrammatizzare il piccolo incidente che: È caduta la diga del Vajont»).
In questi ultimi anni c’è stata una raccolta di firme, cominciata nel 2005, per una petizione da portare all’allora presidente Ciampi. Il 1° giugno 2007 partì dal Vajont una staffetta di podisti del Dopolavoro Ferroviario di Udine che si erano offerti di portare gli incartamenti al Quirinale. La delegazione venne ricevuta non dal presidente Napolitano (dal 2006 subentrato a Ciampi), ma da un funzionario. La petizione ebbe molte adesioni (enti, giornali, associazioni), ma mancava quella del Comune di Longarone. Usciti dal Quirinale «sconfortati, ma non sconfitti», i “Cittadini” hanno visto finalmente, un anno fa, proprio il 9 ottobre, compiersi un altro passo avanti. È stata presentata la proposta di legge, firmata da tutti i parlamentari bellunesi, per istituire la “Giornata per la memoria delle vittime dei disastri industriali”. Vajont insieme a Seveso, Stava, Marghera e, ultima, la sciagura degli operai della Thyssen-Krupp di Torino. «Ora il pallino è in mano al Parlamento – conclude Lucia Vastano – e noi vigileremo ancora affinché quella proposta venga portata avanti, fino alla fine».